31/07/2012
di Alessandra Carpino
Non solo mercante di sogni. Selezionatore arguto di talenti. Compositore di un mosaico che deve risultare quanto più preciso possibile, con incastri perfetti. Anche procacciatore di logica, di oculatezza ed amministrazione. Perché la costruzione di un organico calcistico equivale ad un progetto pulito, intelligente, propenso ad un successo scevro da ogni rischio di effimerità. In qualunque categoria s’intenda incastonarlo. E’ un demiurgo a tutto tondo, Danilo Pagni.
Da enfant prodige vissuto a pane e calcio, ad esploratore dal curriculum prestigioso ed eclettico, avvezzo a creare un’osmosi speciale con ogni idea di pianificazione ardita ed intrigante. Bando ai gradini della simbolica piramide: lo sport che conserva ancora l’accezione di “più bello del mondo” deve basarsi inevitabilmente e sempre sulla saggia programmazione, sulla sintonia fra corteggiamenti, scelte e disponibilità nelle casseforti societarie.
Fresco ex della rinata Salernitana del tandem Lotito-Mezzaroma, ascesa prepotentemente in Lega Pro dopo le umiliazioni del fallimento, il direttore calabrese dispensa consigli a favore del Taranto, affinché, sulle sponde ora meste dello Ionio, si possa imitare la recente storia del club granata, felice epilogo compreso.
Archiviata la disgustosa ed incomprensibile etichetta di “yesman”, attribuita dal presidente D’Addario nel lontano settembre 2009, prima del sollevamento dal tuo incarico di direttore sportivo del Taranto, ruolo ricoperto per ben nove mesi, la domanda sorge diretta, semplice.
Te l’aspettavi che sarebbe finita così? Che il calcio ionico cadesse nuovamente nel baratro?
“Onestamente sì. Me l’aspettavo. Lo temevo, l’avevo capito proprio nel momento dell’allontanamento dalla società mio e di Pino Iodice (allora direttore generale, ndr), che non saremmo stati sostituiti degnamente ai vertici.
Un’azienda calcistica necessita delle sue figure chiave: noi eravamo particolarmente legati alla città di Taranto e con Blasi, che pochi giorni prima aveva ceduto la porzione delle sue quote e rinunciato alla sperimentazione della co-presidenza. Se fossero stati ingaggiati colleghi di pari livello, se non superiori, nessuno avrebbe approfittato dell’inesperienza di D’Addario: tutto si può dire, tranne che all’inizio lui non abbia investito parecchio. D’Addario è stato anche in parte abbindolato da uomini marginalmente vincolati al mondo del calcio: lui non vantava la stessa furbizia e l’esperienza nel settore di Gigi Blasi. I presunti “yesmen” non esistono: nessuno ha mai dubitato della nostra professionalità, lo dimostra il fatto che sia io che Iodice abbiamo rinunciato recentemente a rapporti di lavoro importanti rispettivamente con Salernitana e Nocerina. L’errore più grande che può aver commesso? Non essere intervenuto prima, sia nel denunciare la massa debitoria accumulata dal club, sia nello stilare un piano di correzione urgente. E’ stato ostinato.”
Nell’auspicio che il Taranto possa iscriversi al Campionato Nazionale Dilettanti, notoriamente avvezzo al rilancio, qual è la ricetta di Danilo Pagni per programmare una stagione importante? Quali sono i suoi consigli da esperto, da trionfatore nella recente avventura in un ambiente altrettanto caldo ed ambizioso quale quello di Salerno?
“Vincere la serie D da primi in classifica è quanto di più difficile possa esserci. Ho operato in simili circostanze in quattro piazze diverse, sin da giovanissimo: addirittura sono sempre stato chiamato ad allestire la squadra all’ultimo minuto, quasi come un medico che deve correre urgentemente al capezzale di un paziente! A quel punto, non resta che concentrarsi e lavorare senza sosta, giorno e notte. Occorre un progetto: economico e tecnico. Per quel che riguarda il primo aspetto, una dirigenza bramosa di ritornare nel professionismo ha il dovere di ragionare ed organizzare tutto, affidandosi a professionisti, in base al budget disponibile, come se dovesse investire per ambire ad una serie B. Certo, occorrono le congiunture favorevoli dei fattori: ricordo il Taranto di Carrano, uno squadrone, che però arrivò secondo. Per quanto concerne la fase tecnica, il mio suggerimento è soprattutto quello di individuare le coppie di under adeguate: devono giocare in quattro, ed il
segreto è captare la loro volontà di affermazione ed il loro spessore tattico.
Si continua con la selezione di undici, dodici senior affamati, assoldati seriamente per perseguire l’obiettivo finale, non gente incline a “svernare” prima di concludere la propria carriera, bensì atleti che non mostrino paura nel confrontarsi con realtà genuine e spesso ruvide. Il mio consiglio principale è prediligere sempre l’equilibrio. Occorre mantenerlo, soprattutto al cospetto delle terne arbitrali esordienti spedite sui campi: troppo spesso si concedono “direzioni casalinghe” spavalde per mascherare qualche intrinseco timore, né sono preparate adeguatamente a gestire l’agonismo che potrebbe accendersi in piazze come Salerno, Messina, Cosenza, la stessa Taranto. Non esistono molti avvicendamenti, in tal senso. Una ultima peculiarità: è fondamentale creare l’entusiasmo, far innamorare della neo squadra l’intera città, la tifoseria delusa dal declassamento. Attraverso l’istituzione di prezzi popolari ai quali aderire, la partecipazione alle visite: nelle scuole, negli ospedali, nelle associazioni. Insomma, un’operazione-simpatia. Un Taranto in serie D dovrà essere collaudato da gente d’assalto, brava a confezionare euforia: spesso serve anche essere “creativi”, mi riferisco agli innesti di un paio di elementi di categorie superiori che possano alimentare le speranze dei sostenitori. Per esempio, io ho convinto un Mounard o un Biancolino a partecipare al progetto salernitano”.
Esistono criteri particolari nella scelta di un allenatore in Cnd? Sasà Campilongo, per esempio, ha abdicato da possibili proposte in cadetteria, aderendo all’ambizioso progetto dell’Ischia.
“Si può puntare su un tecnico di “categoria”, giovane e bravo, purché possieda una qualità precisa: la personalità. Deve risultare decisivo, giusto nelle impostazioni, nelle linee guida stilate dalla società, aldilà del progetto tecnico che intende attuare. Se dovesse già conoscere la serie o il girone di pertinenza, il vantaggio lieviterebbe. Non bisogna fossilizzarsi, però. L’ultimo Taranto che ha vinto il Cnd era guidato da un certo Ivo Iaconi. Azzarderei che trionfare in serie D è molto più complicato che spadroneggiare in Seconda Divisione”.
La chiacchierata riforma dei campionati di Lega Pro, con l’unificazione delle attuali Prima e Seconda Divisione, è destinata a slittare, nel segno della continuità. Qual è la tua opinione?
“La riforma era necessaria subito, avrebbe aumentato l’appeal dello stesso Cnd, ma nemmeno poteva manifestarsi come “anticostituzionale”. Innanzitutto, sarebbe
fondamentale diminuire le tassazioni: le società non possono permettersi di sborsare cifre ingenti a fondo perduto, altrimenti continueremo ad assistere a
scenari deprimenti a fine stagione, complici i troppi tracolli registrati nelle ultime annate. Occorre abbassare la perfezione dei contratti e mettere gli imprenditori nelle condizioni di investire, anche attraverso lo stadio in gestione, condividendone gli introiti delle future e moderne “cittadelle dello sport” con le stesse amministrazioni comunali”.
Inimmaginabile un Danilo Pagni in stand-by. Contatti e proposte in vista?
“La risoluzione del contratto con la Salernitana, inaspettata, è avvenuta venerdì scorso. La motivazione di tale separazione risiede in un profilo più soft cercato in un dirigente. Io avevo troppa personalità, non rinunciavo ad una certa autonomia che, a lungo andare, può diventare ingombrante. Ho scritto una lettera ricca di pathos, rivolta a tutta la tifoseria: è stata molto apprezzata, non dimenticheremo le enormi emozioni provate. Non sono in polemica con la società dell’ippocampo. Mi reputo….”sul mercato”. Mi sto guardando attorno, ho ricevuto qualche ammiccamento, ma la scissione con la Salenitana è stata un fulmine a ciel sereno”.
Il tuo nome è stato affiancato al Taranto, per una seconda ipotetica avventura, al fianco di Dario Boldoni, imprenditore campano che pare allettato dal rilevare
il club ionico, pur restando ancora in un limbo d’attesa.
“Ho visto Boldoni una sola volta, nello studio di Blasi, a Manduria, precisamente nell’estate del 2009, prima che subentrasse la partnership con Enzo D’Addario. Era accompagnato da Montervino, tarantino, ex capitano del Napoli, che ha fatto parte del progetto del nuovo Salerno Calcio. Smentisco alcun contatto successivo: non so nulla delle sue intenzioni. Taranto è una piazza che è rimasta nel mio cuore: i rapporti con i tifosi non si sono mai interrotti, ho tanti amici e personaggi che mi stimano lì. Una frangia di sostenitori si opporrebbe ad una mia eventuale candidatura? La critica mi è solo di stimolo”.
Una parte del tuo cuore pulsa ancora in rossoblu, quindi. Sinceramente, quali prospettive valuti per l’immediato destino del calcio a Taranto?
“Il futuro del Taranto è nelle mani del sindaco. Senza nulla togliere agli altri pretendenti ma, a mio avviso, l’unica persona che può salvare il calcio a Taranto è Luigi Blasi. L’epoca del mecenati è finita: è necessario investire e trarre vantaggio. Conosco Blasi da vent’anni, da quando era presidente del Manduria: è un tifoso appassionato del Taranto, un uomo ferito, ma anche un imprenditore ed è giusto che ragioni come tale. La concessione dello stadio Iacovone finalizzata alla creazione di esercizi per attrarre la cittadinanza ed incentivare il business rappresenterebbe la chiave di volta: non c’è persona migliore di Blasi, uno che conosce alla perfezione il territorio, alla quale affidare un simile progetto. Non è una certezza centrare la promozione in serie D al primo anno: urge l’intervento di persone competenti della materia”.
Se Blasi fosse intenzionato a plasmare la nuova società e ti arruolasse in qualità di direttore sportivo, accetteresti?
“Non lo escludo. Se mi richiamasse, potrei anche riprendere in considerazione la sua proposta. Non sento Blasi da un po’, mi sembra al momento titubante in merito ad un suo ritorno in sella. Però io sono abituato ad ereditare sfide difficili. E le vinco tutte”.
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